Preistoria

il territorio agrigentino in epoca preistorica
La ricerca archeologica ha evidenziato pochi indizi relativi alla fase preistorica nell’area che poi fu occupata dalla città dell’area classica. La Collina dei Templi fu certamente occupata dall’epoca neolitica; infatti tracce di abitazioni (fondi di capanne) sono venute alla luce a sud-est del Tempio di Zeus e sul poggetto di S. Nicola. Sulle pendici della Rupe Atenea sono apprezzabili tombe del tipo a forno. Il territorio acragantino, prima dell’arrivo dei Greci, comincia ad essere particolarmente attivo durante il Medio Bronzo allorché si possono individuare le tracce della presenza di popolazioni castellucciane. La cultura di Castelluccio (così chiamata dal nome di un villaggio, presso Noto, esplorato dall’archeologo Paolo Orsi), fiorisce in una zona molto ampia della Sicilia. Le sue tracce possono individuarsi in un territorio compreso tra il versante etneo e il territorio sia di Gela che di Agrigento.
Gli insediamenti sono costituiti da villaggi che sorgono su collinette facilmente accessibili e sono ben collegati sia con le vie fluviali che con i litorali. Anche se, generalmente, i Castellucciani sono stati considerati come popolazioni con particolare vocazione all’agricoltura, scoperte recenti nell’agrigentino, hanno sottolineato la loro conoscenza del commercio. Le indagini archeologiche condotte a Monte Grande (a sud di Cannatello) hanno infatti rivelato che i Castellucciani intrattenevano, con ogni probabilità, rapporti commerciali con mercanti egei durante il Tardo Elladico. Una casa di tipo rettangolare, rinvenuta nell’emporion di località Marcatazzo, è probabilmente un megaron che, in quell’epoca, trova attestazioni esclusivamente in ambienti egei. I rapporti commerciali, tra l’Egeo ed il sito di Monte Grande, erano cominciati già a partire dalla fine del Mesoelladico III. Questa ipotesi è supportata dai ritrovamenti nel santuario di Baffo Superiore di un particolare tipo di ceramica che si caratterizza per essere policroma e a pittura opaca: per questi materiali, infatti, è possibile rintracciare confronti solo nella produzione mesoelladica, molto probabilmente di area cicladica. L’attività marinara di queste popolazioni verso l’agrigentino venne, con tutta probabilità, stimolata dalla presenza di materie prime quali zolfo, salgemma e bitume. La Sicilia, in altre parole, già durante il Mesoelladico, era inserita nelle rotte marittime delle culture egee. Le testimonianze di contatti con l’area egea non si limitarono alle zone costiere. Ritrovamenti di ceramica egea si segnalano nel territorio di Palma di Montechiaro e di Licata. Di questi, la scoperta più significativa è una cretula di forma circolare recante segni di sigillatura, proveniente dalle fornaci di zolfo del santuario di Baffo Superiore. La presenza di ceramica egea nei contesti di Monte Grande è chiaro indizio che le culture egee erano interessate all’approvvigionamento di zolfo, presente nell’area di Monte Grande. Già all’epoca, infatti, lo zolfo dovette essere molto richiesto sia per uso terapeutico e farmacologico, sia per la coltivazione della vite e per la metallurgia. L’attività di scambio tra i castellucciani dell’agrigentino e i mercanti egei continuò fino alla fine del XV sec.a.C.

Un passato la cui origine si perde nello stesso misterioso apparire della vita in quell'unico continente che si suppone essere stato formato dalle terre contratte di Africa ed Europa.

Conosciuta per la grandezza e l'opulenza dell'epoca greca, a cui comunemente si fa risalire l'inizio delle sue cronache, Agrigento ed il suo territorio - proverebbero quella teoria geologica che vuole la costa africana essere stata connessa a quella siciliana. Le testimonianze che sembrerebbero provare tale ipotesi, e che hanno scatenato non pochi dissensi, sono state raccolte, negli anni, da Gerlando Bianchini, fondatore del Centro Siciliano di Studi Preistorici, e dalla sua èquipe. Nella fascia costiera agrigentina ed in quella meridionale della provincia di Trapani, sono stati rinvenuti palesi segnali (tra i quali anche arnesi da lavoro) della presenza umana, già 1.000.000 di anni fà. Le scoperte più rilevanti riguardano il ritrovamento nella contrada "Cannatello" ( a circa 10 km a Sud-Est da Agrigento) di un cranio femminile appartenuto - 500.000 mila anni fà - a quella che è stata battezzata la "Ragazza di Mandrascava", ed il rinvenimento, sempre nella medesima zona, di tracce - anche questi risalenti a 500.000 anni fà - di un focolare e di ceneri combuste. Tali scoperte indicherebbero la presenza dell'Homo erectus nel territorio agrigentino prima del paleolitico inferiore.

A "Punta Bianca", suggestivo tratto di costa a picco sul mare, anch'esso a Sud-Est della città, Bianchini individuò un villaggio che ritenne appartenere al mesolitico, ( risalente a 6000 anni fà). A ciò si aggiunga che tracce di abitazioni preelleniche (fondi di capanne) sono venute alla luce a Sud-Est del Tempio di Zeus e nei pressi di San Nicola; tombe sulla Rupe Atenea e nell'area occupata dall'Ospedale psichiatrico mentre resti di costruzioni adibite a culto sono stati rinvenuti nel recinto del Santuario delle Divinità Ctonie, e nella zona del Tempio di Esclapio, sotto il santuario, esempio di cultura cuprolitica (età del rame), scoperta nella Serra Ferlicchio o Ferlucchio a nord della stazione ferroviaria di "Agrigento-Bassa". Necropoli di I°- II° periodo Orsi (età cuprolitica e del Bronzo) sono state portate alla luce ad est, nel fondo del torrente San Biagio, nella parete montana ad oriente di esso("Sperone") e ad ovest nei dirupi scoscesi di Montaperto e Monserrato.

Pausania (VII, 46,2) racconta che uno dei due ecisti di Gela, Antifemo, conquistò il villaggio indigeno di Omphake e portò da qui una statua realizzata da Dedalo. La storia raccontata da Pausania è la chiara testimonianza che i coloni rodio-cretesi che fondarono Gela, si servirono di un patrimonio leggendario di origine cretese per rivendicare il possesso del territorio indigeno che gravitava intorno a Gela. La leggenda, infatti, raccontava che Dedalo fuggì in Sicilia presso la reggia del re siculo Cocalo ad Inico, essendo stato imprigionato da Minosse a causa di qualche torto. Minosse si recò dunque in Sicilia per richiedere Dedalo a Cocalo, ma le figlie di quest’ultimo, che apprezzavano le qualità artistiche di Dedalo, lo uccisero con l’inganno (Pausania VII, 4,6). Sulla scorta di questa leggenda i Geloi dovettero imporre la loro presenza nel territorio indigeno circostante la città, sfruttando, propagandisticamente la presenza minoica da tempo immemore in quei luoghi e contemporaneamente la necessità di vendicare il loro mitico re. Sia Omphake che Inico (che oggi ha il nome di Vassallaggi) sono due centri a nord-ovest di Gela, dove la ricerca archeologica ha rilevato una presenza geloa in epoca di poco posteriore la fondazione di Gela. Ciò testimonia che le operazioni politico-militari dei coloni rodio-cretesi che fondarono Gela, volsero, da subito, in direzione occidentale sia lungo la costa che verso l’interno, culminando, poi, nel primo ventennio del VI sec. a.C., con la fondazione di Akragas. Sulla presenza di Minosse in Sicilia
esiste, però, un’altra versione, più recente rispetto a quella nota ai coloni rodio-cretesi che fondarono Gela nel primo decennio del VII sec. a.C. Infatti Erodoto, che scrive nel V sec. a.C., ambienta la storia di Minosse non ad Inico, bensì a Camico (S. Angelo Muxaro). Appare evidente che lo storico viene a conoscenza della variante acragantina del mito. La presenza acragantina a Camico, come ha rilevato la ricerca archeologica, è testimoniata a partire dalla fine del VI sec. a.C. Alla stessa epoca risalirebbe la conquista acragantina di Minoa, a sud di Camico. Minoa, che ai tempi della spedizione di Dorieo in Sicilia (510 a.C.) era secondo Erodoto (VI, 46,1) colonia di Selinunte, finì in mano acragantina verso la fine del VI sec. a.C. Ciò risulta da una dedica (F. Jacoby, FGrHist 532 F 1) che gli Acragantini fecero al Santuario rodio di Athena Lindia per celebrare l’evento. Questi fatti sono la chiara testimonianza che gli Acragantini, che per la loro origine geloa conoscevano la leggenda di Minosse in Sicilia, ne modificarono l’ambientazione a scopo propagandistico per impossessarsi della strategica bassa valle del Platani, ossia il territorio compreso tra Camico (S. Angelo Muxaro) e Minoa.
LA FONDAZIONE DI AKRAGAS.
Sia la documentazione storica che quella archeologica concordano nel ritenere, come dato certo, che Akragas sia stata fondata intorno al 580 a.C. Tucidide (VI, 4,4), dipendendo da Antioco di Siracusa, riporta la notizia che Akragas fu fondata 108 anni dopo Gela, per iniziativa di quest’ultima città, avendo come ecisti Aristonoo e Pistilo. L’indicazione di due ecisti è espressione delle due componenti etniche di Gela, rodia e cretese, ma non può fare escludere l’apporto di genti chiamate dalla madrepatria per partecipare alla fondazione di Akragas, in particolare da Rodi, che è investita da un ampio movimento migratorio, che coinvolge la Doride d’Asia, proprio nel primo ventennio del VI sec. a.C. Le testimonianze archeologiche confermano il dato storiografico. Il sito di Monte Saraceno di Ravanusa, che sorge su un’altura che domina la bassa valle del Salso (antico Himera), rivela, a partire dalla seconda metà del VII sec. a.C., dopo una fase indigena, risalente alla cultura di Polizzello, un’ampia frequentazione greca con abbondanza di materiali di fattura geloa, che è riscontrabile, nello stesso periodo, anche a Palma di Montechiaro. Dalle rilevanze archeologiche, quindi, si evince che i Geloi, nel corso del VII sec. a.C., operarono una progressiva occupazione della bassa valle dell’Himera che culminò con la fondazione di Akragas.
LE ISTITUZIONI PIUBBLICHE.
Tucidide (VI,4,4) racconta che i Geloi quando fondarono Akragas diedero alla città gli stessi nomima dorici di Gela.
Si può dunque immaginare che Akragas prima della tirannide falaridea (572-556 a.C.) fosse governata come tutte le colonie greche e le poleis della madrepatria da un’aristocrazia oligarchico-censitaria il cui potere era fondato sul possesso della terra e l’allevamento dei cavalli (ippotrofia). Quest’ultima pratica, data l’importanza dei cavalli nella tattica militare arcaica e pre-oplitica, li rendeva detentori anche del potere militare. Dopo i sedici anni di tirannide di Falaride, Eraclide Lembo (fr.69 Dilts) racconta che due ignoti cittadini, Alcamene e Alcandro, occuparono una posizione di rilievo nella compagine cittadina. Il fatto che Eraclide aggiunga che, all’epoca, i cittadini ricchi di Akragas indossavano abiti di porpora, ci fa pensare che, abbattuto Falaride, la città tornasse ad un tipo di governo oligarchico.
Infatti gli abiti di porpora, che in età arcaica erano prerogativa regia, erano utilizzati dai membri dell’Assemblea dei Mille di Colofone, organo che, anche nell’Agrigento di Empedocle, era espressione di un potere oligarchico. Anche se Diodoro (XI 53,5) sostiene che gli Acragantini recuperarono la democrazia dopo la morte del figlio di Terone, Trasideo, è opportuno ritenere che la città fu ancora una volta in mano oligarchica, vuoi perché finì nella sfera di influenza di Siracusa, governata dal tiranno Ierone, vuoi perché ancora all’epoca di Empedocle, verso la metà del V sec. a.C., Akragas aveva ancora un’Assemblea dei Mille. Piuttosto bisogna pensare che solo al tempo di Timoleonte Akragas visse una temperie politica più democratica. Timoleonte, infatti, tentò di introdurre nelle città greche di Sicilia un regime timocratico, cioè un modello politico di mediazione tra oligarchia e democrazia. L’ekklesiasterion di Akragas potrebbe esserne una testimonianza materiale.
LA MONETAZIONE DI AKRAGAS.
Gli studiosi, sulla base delle ricerche più recenti, datano l’inizio della monetazione acragantina alla fine del VI sec. a.C. Sin dagli esordi, la moneta di Akragas rivela una tipologia costante: sul D/ è rappresentata un’aquila, sul R/ un granchio.
Il simbolo dell’aquila è chiaramente allusivo al culto di Zeus, divinità cui gli Acragantini erano legati da una straordinaria devozione; il granchio invece è da connettersi al fiume (Akragas), al mare, oppure essere una divinità eponima o, come è stato sostenuto di recente, l’emblema parlante della città. La monetazione, basata sul sistema ponderale euboico-attico, è indirizzata alla produzione, soprattutto, di didrammi argentei. L’argento era, probabilmente, importato da Cartagine, città con la quale Akragas manteneva buoni rapporti commerciali. La tipologia della moneta incomincia a cambiare verso il 483/2 a.C. quando Terone di Akragas conquista Himera. Da questo momento viene adottato il tipo imprese del gallo sul D/ e sul R/ il tipo acragantino del granchio. La scelta di allineare la monetazione di Akragas a quella di Himera non è casuale. Probabilmente Terone voleva sfruttare la diffusione della moneta imprese nei mercati del Tirreno come veicolo per inserire in quelli gli interessi commerciali di Akragas. In tal modo avrebbe ottenuto l’accesso ad aree commerciali molto ricche in Campania, Etruria e Iberia. Nell’ultima fase della tirannide emmenide che culmina con la sconfitta di Trasideo, presso il fiume Salso (Himera) nel 471 a.C., la moneta di Akragas sembra riflettere il ridimensionamento che la città subisce, ritornado agli schemi tradizionali: D/ aquila e R/ granchio, con un’ampia produzione di Tetradrammi, secondo stile siracusano. Nonostante Akragas finisca nell’orbita siracusana, la città inizia un periodo di intensa prosperità (eudamonia). In questa fase, che si protrae fino alla conquista cartaginese del 406 a.C., le emissioni monetali subiscono un calo, segno che la moneta veniva utilizzata esclusivamente per pagare beni e servizi provenienti dall’esterno; in altre parole la città, per la sua prosperità, era in grado di vivere semplicemente con le leggi dell’economia naturale. Le vicende belliche che portarono alla conquista cartaginese del 406 a.C. dovettero richiedere ampie spese per la città che torna a battere moneta con una certa intensità. Una prima tipologia vede al D/ due aquile nell’atto di ghermire una lepre e al R/ un granchio con pesce o Scilla; una seconda tipologia al D/ una quadriga al galoppo al R/ l’aquila in atto di ghermire una lepre. Quest’ultima tipologia sembra esprimere la posizione di subordinazione di Akragas, il cui tipo compare al R/, a Siracusa, il cui classico tipo della quadriga compare in posizione predominante sul D/. La distruzione di Akragas del 406 a.C. da parte dei Cartaginesi, ebbe il potere di avvicinare Siracusa ed Akragas, la quale, però, finirà, poi, in posizione di subordinazione della città che la salvò e aiutò.
I RAPPORTI CON IL MONDO GRECO E CARTAGINE.
La tirannide di Falaride, che inizia a pochi anni di distanza dalla fondazione di Akragas, ebbe come prima conseguenza l’affrancamento della polis dalla madrepatria Gela, con il conseguente deteriorarsi dei rapporti tra le due città. La ricerca archeologica, infatti, ha rivelato che durante l’età falaridea Akragas conquista posizioni verso il territorio di Gela. L’espansionismo acragantino verso la valle del Platani, in direzione nord-ovest, è la testimonianza dei non felici rapporti tra Akragas e la vicina colonia megarese di Selinunte. Verso la fine del V sec.a.C. la subcolonia selinuntina di Minoa viene accorpata da Akragas come è testimoniato dall’archeologia e da una dedica che gli Acragantini inviarono al santuario rodio di Athena Lindia che recita :
“Gli Acragantini ad Athena Lindia le primizie del bottino da Minoa”

(Jacoby, FGrHist 532 F30). La ripresa dei rapporti con Gela avviene allorché Gelone, salito al potere a Gela intorno al 491/0 a.C., stringe un’alleanza con il nuovo tiranno di Akragas Terone, di cui, probabilmente, ne favorisce l’ascesa (488/7 a.C.). Una politica di matrimoni incrociati vede Gelone sposare la figlia di Terone, Damarete, mentre lo stesso Terone, in seconde nozze,
sposa la figlia di Polizelo, fratello di Gelone. I buoni rapporti con Gela e Siracusa (conquistata da Gelone nel 485/4 a.C.) andranno avanti almeno fino alla caduta degli Emmenidi, quando Ierone, successo al fratello Gelone, sconfiggerà al fiume Salso (472/1 a.C.) il figlio di Terone, Trasideo. Durante l’età emmenide, Terone aderisce alla politica pandorica di Gelone ai danni delle colonie calcidesi. Conflittuali i rapporti di Akragas con Himera, conquistata da Terone nel 483/2 a.C., e Rhegion, il cui tiranno, Anassila, appare schierato con i Cartaginesi durante la battaglia di Himera (480 a.C.). Dopo la caduta degli Emmenidi (472/1 a.C.) inizia una fase di grande ricchezza per la città di Akragas. Si intensificano i rapporti commerciali con Cartagine, da cui affluiscono soprattutto metalli preziosi. Inizia la fase aurea di Akragas, testimoniata dalle fonti, caratterizzata soprattutto dall’intensificazione dell’edilizia templare e della produzione plastica. L’estrema ricchezza della città, in questa fase, le consente una totale autonomia economica, come risulta dalla diminuzione della produzione monetale. I rapporti con Cartagine si deteriorano quando la città fenicia conquista Akragas nel 406/5 a.C. Da questo momento Akragas inizia la sua decadenza.
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