Storia

L'Eta Falaridea
P ochi anni dopo la fondazione, ad Akragas, al regime oligarchico imposto dai Geloi fondatori, si sostituisce la tirannide di Falaride, che, secondo la versione latina dei Canoni di Eusebio, redatta da Girolamo, durò sedici anni, essendo iniziata nel 571/0 a.C. per concludersi nel 556/5 a.C. Le fonti letterarie ci restituiscono un’immagine di Falaride che pare sospesa tra mito e storia. Secondo Aristotele (Pol. V, 1310 b 28) Falaride sarebbe asceso al potere dopo aver esercitato una magistratura (time), dato che sembra confermato dalla testimonianza del retore greco-romano Polieno, il quale, nella sua raccolta di Stratagemmi, ricorda che Falaride, prima fu telones (esattore delle tasse), poi ottenne la carica di epistates (soprintendente) per la costruzione del tempio di Zeus Polieus. Approfittando di questa carica, aggiunge Polieno, utilizzò il denaro pubblico, versato per realizzare il tempio, per assoldare mercenari stranieri, con l’aiuto dei quali massacrò, durante le Tesmoforie (feste in onore della dea Demetra), parte degli Acragantini, ottenendo la tirannide.
La politica espansionistica di Falaride appare orientata, attraverso la conquista della Sikania (territorio a nord di Akragas), a garantire uno sbocco sul mar Tirreno alla polis, in direzione di Himera. Lo si deduce da alcune testimonianze storiche. Polieno (V,1,1) racconta che Falaride conquistò la città di Uessa; una dedica proveniente dal Santuario di Athena a Lindo (Rodi) ricorda la conquista di Camico (S.Angelo Muxaro); Aristotele (Rhet., II, 1393b) riporta il famoso aneddoto con cui Stesicoro dissuadeva gli Himeresi dal fidarsi di Falaride. La presenza di materiali greci, a partire dalla metà del VI sec. a.C., riscontrabile in località come Monte Giudecca, S. Biagio Platani, S. Angelo Muxaro, Polizello, Terravecchia di Cuti e Resuttano, testimonia il progressivo avvicinamento ad Himera che la polis di Akragas attuò a partire dall’età falaridea.. Sul personaggio di Falaride esiste un ampio filone di tradizioni che ne sottolineano la famigerata crudeltà. Pindaro (Pyth. I, 184-186), Diodoro (XIII, 90,4) e Polibio (XII, 25) ricordano che il tiranno fece costruire un toro di bronzo in cui faceva ardere i suoi oppositori. Aristotele (Eth. Nic. 7,5,5) annovera invece Falaride tra gli uomini che praticavano l’antropofagia. È ovvio che queste informazioni non abbiano alcun fondamento storico. Esse probabilmente nacquero dal sentimento di rivalsa degli oppositori di Falaride, all’indomani della sua caduta, quando ad Agrigento si sostituì, alla tirannide un regime di tipo oligarchico, come riporta Eraclide Lembo (fr. 69 Dilts), secondo un modello politico comune alle poleis greche coloniali e metropolitane di età arcaica. I nuovi oligarchi acragantini si premurarono di screditare la figura del tiranno esagerandone la crudeltà, ispirandosi in questo, al patrimonio mitologico cretese, ovviamente noto in una colonia geloa, in particolare al mito di Talos (il servo di bronzo che Zeus donò a Minosse e che si arroventava contro chiunque si avvicinasse all’isola di Creta con intenzioni minacciose) per la storia del toro come strumento di tortura e alla figura del Minotauro per quanto concerne l’antropofagia. L’immagine negativa di Falaride fu ulteriormente amplificata durante l’età emmenide.

Dal racconto di Polieno sull’ascesa di Falaride si è spesso ricavato, a volte ingenuamente, che il tiranno prese il potere in una città impegnata in grandi opere pubbliche, poi incentivate da lui stesso. In realtà la documentazione archeologica, al momento, non può confermare un programma edilizio falarideo su vasta scala. Infatti non è da escludere che l’Akragas falaridea, da poco fondata, fosse ancora organizzata in strutture edilizie modeste e in lotti (kleroi) da coltivare. Gli stessi tratti delle mura più arcaici non possono essere attribuiti con sufficiente certezza all’iniziativa del tiranno. Il riferimento di Polieno alle Tesmoforie (Feste in onore di Demetra), come teatro dell’ascesa di Falaride ha fatto altresì pensare che vi fosse, all’epoca, almeno un Tempio di Demetra tale da giustificare quei riti.
A questo proposito bisogna osservare che, ad ovest della collina sacra che domina la valletta della Colimbetra, è testimoniata una fase monumentale riferibile alla fine del VI sec. a.C., ma preceduta da una fase più antica, documentata dal ritrovamento di una testina fittile raffigurante una divinità femminile. Quest’ultima, probabilmente, era un idolo portato dai fondatori geloi di Agrigento, perché alla Gela arcaica sembra riportare lo stile plastico subminoico-cretese. Probabilmente questo ritrovamento, se non è traccia dell’esistenza di un tempio, è comunque indizio che la sopra citata collinetta era un luogo di frequentazione cultuale.
Il quartiere dei vasai e le tecniche di lavorazione della ceramica in età greca
In molte città greche esisteva un quartiere detto “ceramico†dove si svolgevano tutte le fasi operative inerenti la lavorazione della ceramica, dalla preparazione dell’argilla sino alla cottura dei manufatti nelle fornaci. Il quartiere artigianale comprendeva un’area abbastanza estesa nella quale si poteva disporre delle attrezzature necessarie e di edifici idonei e soprattutto di adeguate riserve idriche.
Il reperimento dell’argilla avveniva quasi sempre in luoghi poco distanti, in cave a cielo aperto o in galleria; il materiale allo stato grezzo veniva poi depositato nel quartiere artigianale in attesa di essere predisposto per la lavorazione. Infatti esistevano locali preposti a tali operazioni, costituiti da ambienti di grandi dimensioni o da recinti parzialmente coperti presso i quali l’argilla grezza era oggetto di un processo più o meno lungo di stagionatura e di depurazione. Quest’ultima fase era molto importante per la buona riuscita del manufatto e spesso era effettuata con l’aiuto di acqua corrente attraverso sedimentazione o setacciatura. L’impasto di argilla, che nel manufatto finito è detto “corpo ceramico†era poi arricchito da determinati minerali a seconda dell’utilizzo: ad esempio, nelle ceramiche fini a vernice — ovvero i vasi da mensa o funerari - si riscontra la presenza di impasti assai depurati che garantivano una omogenea modellazione e cottura nelle fornaci, mentre nelle ceramiche cosiddette da fuoco — ovvero i vasi utilizzati per cucinare i cibi nella vita domestica e nel rituale del pasto sacro dopo il sacrificio agli dei - il corpo ceramico è caratterizzato da quarzi e altri minerali che assicuravano una adeguata resistenza del vaso al contatto diretto con il fuoco. La modellazione del vaso avveniva in vere e proprie officine dove gli artigiani, a mano o con l’aiuto del tornio, plasmavano i vasi con l’impasto di argilla precedentemente preparato. Le statuette erano prodotte con matrici, anch’esse di argilla, realizzate mediante un modello a tutto tondo; ogni statuetta era quindi composta dall’assemblaggio di due parti, anteriore e posteriore, ricavate da due differenti matrici.
Il manufatto plasmato era poi sottoposto ad un processo di essiccamento e per questo motivo doveva essere sistemato per un certo periodo in locali ventilati; in caso contrario la cottura nelle fornaci avrebbe causato lesioni e fratture. Quindi, trascorso il tempo necessario, il manufatto poteva essere decorato da vernice o da altro tipo di decorazione, impressa, incisa o applicata. Spesso gli artigiani avevano mansioni differenti: il vasaio plasmava i manufatti mentre il pittore li decorava, anche se in molti casi le due personalità coincidevano. Nei vasi greci era infatti una consuetudine che vasai e pittori apponessero le proprie firme sui prodotti finiti, contrassegnando il lavoro di colui che aveva foggiato il vaso e di colui che l’aveva decorato. La fase finale era certamente la più importante e la più delicata: la cottura nelle fornaci. Per la buona riuscita di essa influivano molteplici elementi: la tipologia della fornace, il combustibile adoperato e la durata del processo di cottura.

La produzione coroplastica siceliota è molto ampia e ben nota, soprattutto per quanto riguarda il periodo arcaico e classico, dove è particolarmente interessante osservare come si sviluppano nelle singole poleis le influenze derivate dalla madrepatria e quanto creative siano le singole
fabbriche locali. Numerose sono le statuette rivenute nel corso di campagne di scavo condotte nel territorio geloo-agrigentino e diverse le tipologie identificate, tra cui le statuette con porcellino e le protomi geloe, ma oltremodo significativo è un tipo che rimanda all’ambiente rodio, quello cd. di “Athena Lindiaâ€. Si tratta di tipo iconografico con determinati tratti distintivi: la figura femminile è seduta o stante, vestita con un chitone e con il petto ornato da una o più fila di pettorali. L’arco cronologico all’interno del quale è inseribile questa produzione parte da poco dopo la metà del VI sec. a.C. e raggiunge la fine del V sec. a.C. La maggior parte delle statuette rinvenute ad Akragas proviene dal Santuario delle divinità ctonie, ma se ne conoscono esemplari anche dalle necropoli (Pezzino, contrada Mosé, Montelusa) e da altre aree della polis (ad es., area a sud del Tempio di Zeus, Santuario di porta V, quartiere abitativo presso porta II). Questa classe di materiali si configura come ulteriore testimonianza a conferma delle teorie di un rapporto privilegiato tra Akragas e l’isola di Rodi, un rapporto diretto o filtrato attraverso la componente rodia che aveva fondato Gela. Allo stesso tempo, fornisce un’indicazione del modus operandi delle officine e botteghe agrigentine che, pur lavorando su modelli noti, riescono ad apportare rilevanti modifiche a livello creativo.
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