Storia

L'Eta Emmenide
A A quasi un settantennio di distanza dalla morte di Falaride, dopo una parentesi oligarchica, Akragas attraversa una nuova tirannide. Questa volta è Terone, appartenente all’illustre famiglia acragantina degli Emmenidi, a conquistare il controllo della città. Secondo Diodoro Siculo (XI, 38) Terone ottenne la tirannide nel 488/7 a.C. Polieno (VI,51) racconta che Terone, durante i lavori di costruzione del Tempio di Athena, si impossessò del denaro pubblico destinato all’opera, con la complicità del figlio Gorgo, che ne aveva ottenuto l’appalto, e pagò dei lancieri, con l’aiuto dei quali sottomise gli Acragantini. Sin dai suoi esordi, la tirannide di Terone fu caratterizzata dall’impegno in politica estera, che si tradusse, da un lato, in un’alleanza con il potente vicino Gelone, tiranno di Gela ( e dal 485/4 a.C. di Siracusa) cui diede in sposa la figlia Damarete, sposando a sua volta, in seconde nozze, la figlia di Polizelo, fratello minore di Gelone, dall’altro, in una politica di conquista che culminò con la sottomissione di Himera e la cacciata del tiranno di quest’ultima città, Terillo (483/2 a.C. secondo Diodoro Siculo, XI,1, 5). Il governo di Himera venne affidato da Terone al figlio Trasideo. La presenza acragantina ad Himera, nel primo ventennio del V sec. a.C., è documentata dalle rilevanze numismatiche himeresi,
che vedono, in questo periodo, la comparsa sul rovescio del seme monetale acragantino, il granchio, accanto al gallo himerese che rimane sul diritto. Inoltre la presenza di artigiani acragantini ad Himera è testimoniata da ritrovamenti di piccola coroplastica, con tipi figurativi riferibili ad Akragas. L’occupazione di Himera da parte di Terone causò la reazione dei Cartaginesi, chiamati in aiuto da Terillo, che, poi, furono sconfitti da Gelone e Terone nella famosa battaglia di Himera, nel 480 a.C., che rivive nei racconti di Erodoto (VII, 165-167) e di Diodoro Siculo (XI, 20-6).

Il cosiddetto Tempio di Eracle è il primo grande edificio cultuale costruito ad Akragas. Anche se viene fatto risalire alla fine del VI sec.a.C., non si può escludere che esso risalga all’età teroniana, soprattutto per le innovazioni che presenta rispetto all’architettura canonica del VI sec.a.C. L’edificio, che si suppone fosse dedicato ad Eracle in base ad una citazione ciceroniana (Verrine, II, 4, 94), sorge sul costone roccioso ad est della Porta Aurea. L’età teroniana è caratterizzata da grandi opere pubbliche, dovute, soprattutto, alla grande quantità di denaro e di schiavi che affluì nella città all’indomani della battaglia di Himera (480 a.C.). Significativa e celebrata dalle fonti (Diodoro S., XI, 25,4; XIII, 82,5) è la Colimbetra, un enorme peschiera extraurbana collegata all’acquedotto di Feace e popolata da pesci ed uccelli acquatici. Diodoro ne ricorda le proporzioni gigantesche: perimetro di 7 stadi (m 1243 ca.) e profondità di 20 cubiti (m 9 ca.)! Sotto Terone fu, se non iniziata, quanto meno progettata la costruzione dell’Olympieion.

La fama degli atleti acragantini nelle gare ad Olimpia e in altri agoni celebri inizia nel 496 a.C., quando Empedocle, nonno del filosofo e appartenente ad una delle famiglie più ricche della città (Eraclide Lembo fr. 76 Wehrli), vince ad Olimpia col corsiero (Eratosth. FGrHist 242 F 7). Contemporaneamente il figlio Esseneto trionfa nella lotta. Tuttavia le vittorie equestri appartengono tutte agli Emmenidi, la ricca e potente famiglia del tiranno Terone. Pindaro, infatti, nella VI Pitica celebra la vittoria, conseguita a Delfi con la quadriga nel 490 a.C., da Senocrate, fratello di Terone. Seguirà qualche anno dopo un duplice successo ancora di Senocrate: nelle Panatenee in data non precisabile, e nel 476 a.C. negli agoni dell’Istmo (Pindaro, Isth., II). Quest’ultimo successo di Senocrate fu celebrato anche dal poeta Simonide in un epinicio perduto (fr. 8 Page). Ancora nel 476 a.C., Terone riporta ad Olimpia una vittoria sulla quadriga. A lui Pindaro dedicherà la II e III Olimpica appellando il tiranno come “baluardo di Akragasâ€. Da segnalare anche la duplice vittoria ad Olimpia di un altro Esseneto (o Exainetos), discendente del precedente, nel 416 e 412 a.C. Secondo Diodoro Siculo (XIII, 82,7), egli fu celebrato, in occasione della sua seconda vittoria, con una processione di trecento bighe trainate da cavalli
La feconda attività di scavo che ha interessato il sito di Akragas e il suo territorio ha portato alla luce numerose testimonianze di produzioni ceramiche locali ed importate. Molti di questi vasi si trovano oggi conservati nei principali musei del mondo, come il Metropolitan Museum di New York, il Louvre, lo Staatliche Antikensammlungen di Monaco e altri. Un buon numero di essi, tuttavia, si trova esposto nelle sale del locale Museo Archeologico. I vasi custoditi nel Museo coprono un vastissimo arco cronologico e sono una rappresentazione eccezionale della cultura materiale intrinsecamente legata alla storia delle popolazioni che occuparono l’area anche in epoche molto precedenti alla fondazione di Akragas (intorno al 580 a.C.). Tra le ceramiche riferibili alla fase indigena preellenica e della precolonizzazione vi è una anforetta micenea, rinvenuta nel territorio agrigentino, databile al XIV sec. a.C. Tra i vasi del Corinzio Antico e Medio (VII-inizi VI sec. a.C.) si segnala una mirabile anfora decorata con fregi di animali, oltre ad una notevole quantità di aryballoi e di altri vasi Corinzi dalla necropoli di Contrada Pezzino.
La ceramica greca di età arcaica è divisa in due categorie formali: la ceramica a figure nere e quella a figure rosse. La ceramica a figure nere nasce come decorazione nera o scura su un fondo chiaro ed è già riscontrabile nell’VIII sec. a.C. Essa prosegue e si sviluppa durante tutto il VI sec. a.C. grazie alla straordinaria perizia di grandi pittori, come Sophilos, Kleitias, Lydos, Amasis ed Exekias. Quando, verso la fine del VI sec. a.C., si giunge ad un esaurimento dello studio pittorico dei motivi rappresentati, per lo più legati alla figura umana, allora comincia ad imporsi una nuova tecnica pittorica, ossia quella delle figure rosse sul fondo nero brillante, di cui il maggiore rappresentante è il pittore di Andokides. Una magnifica anfora attica a figure nere, attribuita al Gruppo di Leagros, databile al 525-500 a. C., mostra sui due lati, rispettivamente, il dio Apollo citaredo tra figure femminili e una scena di partenza di guerrieri con un oplita e un arciere. Un’altra grande anfora a figure nere, in cui si riconoscono la dea Athena nell’atto di salire su quadriga e triade apollinea, è attribuita al pittore di Dikaios (520-500 a.C. ca.). Per quanto riguarda le figure rosse, notevole è la bellezza di un cratere a calice attico a figure rosse del cosiddetto “stile severoâ€, con rappresentazione del trasporto o della deposizione del corpo di un guerriero, probabilmente Patroclo, e una scena di danza sull’altro lato. L’opera è attribuita al pittore di Kleophrades e si data al 500-490 a.C.
Un altro bellissimo vaso è il cratere a calice, attribuito al Pittore di Orizia (460 a.C.), che raffigura su fondo nero il dio Dioniso con i suoi oggetti sacri: il tirso e la pelle di pantera. Un cratere a colonnette con Eros alla guida di una biga di cavalli alati (metà V sec. a.C.) è stato rinvenuto nella tomba 1701 di Contrada Pezzino. Di grande rilevanza è il cratere a calice a fondo bianco raffigurante il mito di Perseo e Andromeda, rinvenuto negli anni ’40 sempre in Contrada Pezzino. Particolare risulta la decorazione a fondo bianco e molto espressiva è la raffigurazione di Perseo in atto di ammirare la giovane Andromeda prima di liberarla. La decorazione è fatta risalire al Pittore della Phiale di Boston (intorno al 440-430 a.C.). Da un cratere a colonnette, conservato per tanti anni nella sacrestia del Duomo di Agrigento, discende il nome di un pittore manierista, denominato, appunto del Duomo. Del vaso, trafugato negli anni  ‘60, restano i disegni degli studiosi del XVIII e XIX secolo, e una descrizione di J. W. Goethe, nel suo Viaggio in Italia (26 aprile 1787). Altro pittore manierista è quello del cratere a campana con scene di processione sacra (440-430 a.C.), dalla tomba 685 di Contrada Pezzino. Un altro cratere a campana, attribuito al Pittore di Kleophon (420 a.C.), raffigura una scena di sacrificio nel santuario delfico di Apollo.
Scarsi sono i ritrovamenti archeologici relativi alla scultura acragantina, eccezion fatta per il cosiddetto Efebo di Agrigento. L’opera, che gli studiosi ritengono di importazione attica, è stata rinvenuta nei pressi del Tempio di Demetra. La scultura presenta ancora una certa rigidità tipica della plastica arcaica, anche se le gambe sembrano esprimere un certo movimento. Sulla base di queste considerazioni, cui va aggiunta una certa somiglianza con l’Efebo dell’Acropoli di Atene, la scultura viene datata tra il 485 a.C. ed il 470 a.C. Un discorso più preciso, per la quantità notevole, anche se poco varia, dei ritrovamenti, si può fare sulla plastica architettonica. Infatti dai templi della città, si sono conservate molte protomi leonine
che decoravano le gronde dei templi stessi. Le più antiche, che risalgono al 470 a.C. circa, appartenevano al Tempio di Demetra. Alcune caratteristiche come le fauci semi aperte, la criniera irta, e il taglio del muso, che sembra proteso all’offesa, riflettono i modelli dell’arte orientale. Le protomi sia del tempio di Eracle che dell’Olympieion, più recenti, appaiono più morbide e rivelano l’acquisita padronanza scultorea delle maestranze cittadine.
Tra le opere plastiche più significative vanno certamente annoverati i Telamoni del Tempio di Zeus Olimpio. Tra le diverse parti del corpo emerge un certo squilibrio, dal momento che, essendo statue antropomorfe di dimensioni colossali, furono lavorati pezzo per pezzo. I telamoni possono essere considerati espressione della scultura dell’arcaismo maturo, con un influsso notevole della visione dorica dell’arte. Molti, infatti, sono i riscontri con le sculture templari di Egina e Selinunte. Tra i ritrovamenti più significativi della grande coroplastica, poi, va ricordata una testa di kouros databile intorno al 520 a.C.
Soprattutto presso il Santuario delle divinità ctonie e gli altari arcaici, sono state rinvenute maschere femminili di argilla. La tipologia si riconnette con un’ampia e simile produzione delle maestranze arcaiche rodie, che ha fatto pensare ad una connessione con i primi coloni, fondatori della città. Sempre dal Santuario delle divinità ctonie, provengono nove busti, il cui capo è coperto da kalathos (copricapo a forma di cesta). In cinque di essi gli studiosi hanno individuato la ripresa della corrente atticista e un richiamo alle sculture delle divinità ctonie, opera di Agorakritos, allievo di Fidia. La loro datazione è perciò fissata tra il 470-465 a.C. In generale si può dire che la plastica acragantina è una sintesi di una visione dell’arte ionica, filtrata da accenti roditi, cui si aggiungono tendenze elementari ed ordinatrici di tendenza dorica. Nel Museo Archeologico Regionale di Agrigento è conservata una figura marmorea di Afrodite accovacciata nell’atto di asciugarsi i capelli. La statua è datata al II-I sec. a.C., in quanto riprende uno schema scultoreo chiaramente ellenistico. Plinio il Vecchio (XXXVI, 35) notava che nel portico di Ottavia, a Roma, era presente una scultura di una Venere, che lui chiama Dedalsa, che si sta lavando. Questa Venere, di cui parla Plinio, doveva essere certamente piegata sulle ginocchia poggiando sui talloni, in quanto, nello stesso passo lo storico la contrappone ad un’altra Venere, presente nello stesso portico, che invece era stans cioè in piedi. Daedalsas, usato da Plinio per riferirsi a questa Venere, è la versione latina di un nome bitinio Doidales. Il filosofo Eustazio (Ad Dionysum Periegetem 793) ricorda, infatti, che una statua di uno Zeus Straitos, ugualmente accovacciata, era presente a Nicomedia, in Bitinia, ed era opera di uno scultore da lui chiamato Daidalos. Considerata l’assonanza e la facilità di correzione del nome Daidalses in quello di Daidalos, comune tra gli artefici, è probabile che si tratti dello stesso scultore, ossia di Dedalsa. Esso deve essere vissuto in Bitinia dopo il 262 a.C., quando il re di Bitinia, Nicomede I, fece erigere a Nicomedia proprio un santuario dedicato a Zeus Straitos. Bisogna osservare che la tipologia della Venere accovacciata si colloca in una tradizione scultorea, barocca e sensuale, che fa capo, certamente, al celeberrimo scultore greco Prassitele, a cui si lega il tipo dell’Afrodite al bagno. L’Afrodite acragantina appare, a sua volta, indiscutibilmente connessa al modello prassitelico.
La produzione coroplastica siceliota è molto ampia e ben nota, soprattutto per quanto riguarda il periodo arcaico e classico, dove è particolarmente interessante osservare come si sviluppano nelle singole poleis le influenze derivate dalla madrepatria e quanto creative siano le singole fabbriche locali.
Numerose sono le statuette rivenute nel corso di campagne di scavo condotte nel territorio geloo-agrigentino e diverse le tipologie identificate, tra cui le statuette con porcellino e le protomi geloe, ma oltremodo significativo è un tipo che rimanda all’ambiente rodio, quello cd. di “Athena Lindiaâ€. Si tratta di tipo iconografico con determinati tratti distintivi: la figura femminile è seduta o stante, vestita con un chitone e con il petto ornato da una o più fila di pettorali. L’arco cronologico all’interno del quale è inseribile questa produzione parte da poco dopo la metà del VI sec. a.C. e raggiunge la fine del V sec. a.C. La maggior parte delle statuette rinvenute ad Akragas proviene dal Santuario delle divinità ctonie, ma se ne conoscono esemplari anche dalle necropoli (Pezzino, contrada Mosé, Montelusa) e da altre aree della polis (ad es., area a sud del Tempio di Zeus, Santuario di porta V, quartiere abitativo presso porta II). Questa classe di materiali si configura come ulteriore testimonianza a conferma delle teorie di un rapporto privilegiato tra Akragas e l’isola di Rodi, un rapporto diretto o filtrato attraverso la componente rodia che aveva fondato Gela. Allo stesso tempo, fornisce un’indicazione del modus operandi delle officine e botteghe agrigentine che, pur lavorando su modelli noti, riescono ad apportare rilevanti modifiche a livello creativo.
La tirannide emmenide di Terone, caratterizza l’età dell’oro della storia di Akragas: la sua ascesa al potere è legata alla schiacciante vittoria nella battaglia di Imera del 480 a.C. sui cartaginesi. Il merito della vittoria fu ripartito, secondo Erodoto, fra Terone e Gelone. Un’accorta politica di matrimoni e alleanze tra Akragas e Siracusa, segnò l’acme dell’unione. Alla morte di Gelone e dopo l’ascesa al potere del suo successore Ierone, la tensione maturata in seguito alla reciproca diffidenza, culminò, dopo la morte di Terone avvenuta nel 472/471 a.C., nella sconfitta del figlio Trasideo da parte di Ierone. La tirannide emmenide ebbe la durata di una sola stagione, quella del suo fondatore: con Terone si spense quello che Pindaro aveva definito “occhio di Sicilia†vigile verso gli attacchi e le mire cartaginesi, e “faro†per l’intera Sicilia. La competizione fra le città greche in Sicilia, Akragas e Siracusa, si manifestò, oltre che dal punto di vista politico e militare, anche attraverso le istituzioni culturali create dai tiranni come luogo di incontro per filosofi, artisti e poeti. Terone, amante delle arti, delle lettere e delle scienze, accolse alla sua corte i più grandi uomini del tempo. Assiduo frequentatore della signoria di Terone fu Pindaro che celebrò la vittoria agli agoni olimpici del tiranno. Al poeta va il merito di aver tramandato la memoria dell’auleta Mida di Agrigento attraverso la XII Ode Pitica. Il musicista, infatti, vinse in Grecia la gara musicale delle Panatenee del 496 a.C. ed anche la 24a Pitiade del 490 a.C.
Ti chiedo, amica di splendore, bellissima fra le città dei mortali, dimora di Persefone, che stai sopra l’altura ben edificata sulle rive dell’Akragas che nutre i tuoi greggi, accogli benigna, o sovrana, col favore dei numi e degli uomini questa corona di Pito per Mida illustre, è lui stesso vincitore dei Greci nell’arte che un giorno trovò, intrecciando il funereo lamento delle violente Gorgoni, Pallade Athena.
Pindaro trattò l’argomento musicale un'unica volta per celebrare una vittoria non sportiva. L’occasione gli fu offerta dall’eccezionalità della circostanza in cui Mida di Akragas si distinse nell’esecuzione di un pezzo di bravura accentuatamente mimetico: il nomos policefalo. Era un’aria celebre, composta “con tutte le voci degli auliâ€. Il poeta attribuì alla dea Athena l’invenzione del nomos policefalo per imitare il lugubre lamento della dea Gorgone Euriale addolorata per la morte della sorella Medusa uccisa da Perseo. Si narra che Mida, essendosi staccata l’ancia dell’aulos continuò a suonare supplendo con il labbro, adoperando cioè lo strumento verosimilmente, come un flauto ad imboccatura libera. E’ probabile, che Mida abbia sviluppato le sue capacità musicali all’interno delle istituzioni culturali nate ad Akragas durante il periodo di floridezza della tirannide di Terone. Come nel mondo greco, la tirannide sarà, una tappa intermedia per l’abbattimento delle oligarchie e la maturazione del demos verso la conquista di traguardi decisamente più avanzati. Il nascente governo democratico ad Akragas fu però subito bloccato da Ierone che impose il controllo siracusano sulla città. Solo dopo la morte di Ierone la storia di Akragas fu caratterizzata da un governo più o meno democratico. Questa fase è legata ad Empedocle ed il grande testimone delle riforme istituzionali che il filosofo promosse fu Diogene Laerzio dal quale apprendiamo che promosse riforme costituzionali tese alla democratizzazione di Akragas. Nel pensiero di Empedocle, che unisce in sé le funzioni di poeta, filosofo, oltre che di “sciamanoâ€, è centrale il concetto di catarsi: è possibile, con il potere incantatorio della musica, agire sulla fisiologia e la psicologia delle emozioni e raggiungere la purificazione. L’abilità musicale di Empedocle è ricordata dal biografo di Pitagora, Giamblico, secondo il quale Empedocle avrebbe con il suo canto e la sua lyra placato l’ira di un giovane intento a commettere un omicidio: Una volta che Empedocle era ospite di Anchito, contro costui aveva levato la spada un giovane: il padre infatti era stato condannato a morte in pubblico giudizio da questo Anchito. E dal momento che il giovane, sconvolto dall’ira com’era, ardeva dal desiderio di uccidere, la spada in pugno, colui che gli aveva condannato il padre, come se con il far ciò ne fosse stato l’omicida, Empedocle modificò la tonalità della lira che si trovava a suonare, ed eseguendo una melodia idonea a lenire e placare subito intonò il verso che suona: “allontana il dolore e l’ira, di tutti i mali rende dimentichi†come dice il poeta; e così salvò dalla morte il suo ospite Anchito e impedì al giovane di commettere un assassinio. Nell’età di Dionigi, nacque ad Akragas Metello che insegnò musica in Sicilia e ad Atene, dove avviò una scuola. Lo ricorda Plutarco, sebbene siano scarse le notizie sul musicista, si sa che fu filosofo, precettore e maestro di auletica di Platone: Platone fu attento studioso della scienza musicale, in quanto ebbe come maestri Dracone di Atene e di Metello di Agrigento. Egli preferì l’harmonia dorica, perché, come abbiamo detto prima, in essa trova massima espressione il carattere solenne. L’affermazione di Empedocle tramandataci da Diogene Laerzio “gli Agrigentini si godono il lusso come se domani dovessero morire, ma costruiscono palazzi come per vivere in eterno†trova riscontro nei numerosi e ricchi corredi rinvenuti all’interno delle necropoli agrigentine. Secondo le usanze, all’interno delle tombe dell’antica Akragas, i defunti venivano deposti con alcuni oggetti appartenuti loro e con questi, in molte sepolture, vasi con varie raffigurazioni fra le quali vi erano frequentemente scene musicali.
Gli strumenti musicali dell'antica Akragas
Le testimonianze archeologiche dell’antica Akragas dimostrano con particolare evidenza l’importanza della musica nel mondo antico. È soprattutto attraverso le immagini delle ceramiche a figure nere e a figure rosse con raffigurazioni musicali provenienti dalle necropoli e dalle aree sacre che è possibile conoscere i luoghi dove la musica veniva fruita e agita e il valore simbolico attribuito agli strumenti musicali. Le raffigurazioni musicali subiscono delle trasformazioni per effetto dell’evolversi delle credenze religiose e dell’ideologia funeraria. Tra il VI e il V sec. a.C. sui crateri di grandi e piccole dimensioni ad Akragas vengono prediletti i soggetti mitici in cui compaiono le divinità del pantheon greco: Apollo unico dio legato direttamente e in modo esplicito alla musica, Artemide, Athena ed Hermes, l’inventore della lyra, Eros e Dioniso. Anche nelle scene di simposio, di komos e di gare ginniche compaiono suonatori e suonatrici di strumenti musicali. Nella ceramica a figure nere Apollo, divinità della musica e della poesia, è frequentemente raffigurato in presenza di altre divinità mentre suona la kithara. Nelle ceramiche a figure rosse era rappresentato con la lyra accompagnato dalle Muse, considerate l’essenza della poesia. Nelle scene della ceramica a figure nere del VI sec. a.C. legate a Dioniso, i più rappresentati erano i krotala il cui suono era prodotto attraverso il percuotimento delle due parti di cui erano formati e dal VI-V sec. a.C. in poi troviamo anche l’aulos, il tympanon, i kymbala tutti strumenti in grado di favorire la trance. Più raramente nelle scene dionisiache compare il barbitos. Eros musico compare solo nell’iconografia dei vasi a figure rosse e la sua presenza è stata interpretata come allusione alla poesia lirica capace di suscitare desiderio erotico. Lo strumento legato a Eros è solitamente la lyra, che rimanda alle attività dei giovani ed è sinonimo di bellezza e di raffinatezza. Questo tema evoca l’amore omoerotico presente anche nelle scene di simposio dove l’atmosfera di familiarità era sollecitata stimolando tutti i sensi: musica e danza, profumi, conversazione, erotismo e naturalmente il vino erano indispensabili. La connotazione omoerotica è la caratteristica costante del simposio greco. Le suonatrici di aulos in questo contesto, non sono in nessun caso mogli dei convitati piuttosto si tratta di partner erotiche pagate per partecipare alle gioie del cratere. In età arcaica i corredi tombali, dei quali facevano parte i vasi con le raffigurazioni ora descritte, riflettevano lo status del defunto ed esprimevano le funzioni che rendevano il morto degno di memoria. Dalla fine del VI e l’inizio del V sec. a.C., e poi per tutto il IV e il III secolo, si assiste ad uno spostamento di interesse verso l’individuo e la continuazione della vita nell’aldilà: questa concezione, che culminerà nei movimenti orfici e pitagorici di età ellenistica, pone l’attenzione sul futuro dell’individuo oltre la morte. Le immagini della musica riflettono l’evoluzione dell’ideologia religiosa e funeraria e dei riti ad essa connessi. La scelta dei soggetti aderiva alle idee dell’ambiente religioso: ogni scena, ogni figura, ogni gesto, ogni oggetto aveva un preciso significato simbolico e allusivo. Nella produzione della ceramica siceliota del IV sec. a.C. compaiono giovani donne impegnate nella loro toilette, assistite da altri personaggi femminili, mentre compiono sacrifici davanti a piccoli altari e suonano strumenti musicali. In queste scene Nikai ed Eroti portano doni divini per le nozze. Le forme stesse dei vasi sono quelle dei riti nuziali utilizzati per l’acqua profumata del bagno o per contenere i profumi. Gli oggetti tenuti dalle giovani donne appartengono al mondo muliebre; sono specchi, ventagli, cofanetti, corone e strumenti musicali. Non si tratta di cerimonie nuziali terrene ma di nozze mistiche, simboliche e ultraterrene dove la presenza quasi esclusiva di figure femminili può probabilmente essere messa in rapporto all’unione dell’anima con la divinità oltre la morte.
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